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Invito B.I.C.

Cammino nell’oscurità della notte sotto cieli stellati che simulano percorsi da intraprendere. Cammino sotto il sole accecante di mezzogiorno che mi ruba l’ombra e mi regala un adrenalinico senso di panico. Cammino nelle strade deserte dell’alba e in quelle animate del mattino. Cammino nelle vie affollate del pomeriggio che si disperdono verso la sera. Cammino ovunque. E quando incontro qualcuno convinto di avere il minimo controllo sulla propria vita so che è giunto il mio momento. È allora che scompagino ogni foglio, anche il più sottile della sua vita. Io sono il Caso.

E quando il Caso si imbatte in quel qualcuno si mette subito all’opera. Servendosi di un accendino incrocia le strade che percorrono i protagonisti della storia e ne scardina l’esistenza man mano che passa nelle loro mani. Adulti e adolescenti in piena crisi di crescita. Cuori impazziti che da bianchi diventano neri nella corsa frenetica verso una felicità da ottenere a qualsiasi prezzo.

Tra amori e rancori, ribellioni e compromessi, tra commozione e cinismo, ansia e fiducia, la storia precipita nella tragedia e apre a un nuovo corso di speranza.

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Regista e narratrice, ora Elfriede Gaeng si misura con un romanzo dal titolo “B.I.C. – Brevi incontri casuali” (Carabba, 2016) che parte da uno spunto assolutamente originale: un oggetto di uso quotidiano, un accendino Bic, di un insolito colore, verde acqua, passa dalla tasca di Nanni al tavolino di un baretto di villa Borghese, per poi finire nelle mani, nella borsa, nelle tasche di tutta un’altra serie di persone, i personaggi di questa storia intrigante, in una sorta di racconto corale che, come in una tragedia classica, ha una voce fuori campo, l’accendino appunto, che parla, critica, commenta, formula giudizi morali, e alla fine, nel capitolo conclusivo che l’autrice ha chiamato Esodo, chiude il cerchio dei “Casi” appena raccontati.

“Le cose accadono. Anche quando non vorremmo. Ci sono avvenimenti che ci danzano intorno per giorni prima di esserci. Poi il ritmo della musica cambia verso. Così, all’improvviso. E non è detto che si debba cercarne il significato o la coerenza. Accade e basta”

Ma vediamo meglio come la scrittrice ha costruito la trama fatta di incastri sottili che sottende il racconto: siamo a Roma, nella parte nord della città, quella abitata da una classe sociale che non gode fama di simpatia nell’immaginario collettivo: i pariolini, quel gruppo di privilegiati che possono vivere al riparo da problemi economici o di inserimento nel tessuto della città che conta: eccoci allora tra i quartieri Prati, Parioli, sconfinando nei parchi, villa Borghese, villa Balestra, il caffè delle Arti a valle Giulia, la libreria del Flaminio… tra cliniche private, ville adagiate nel verde, licei selezionati.
In questo scenario genitori e figli, adulti ed adolescenti, amici di vecchia data, si guardano, si odiano, si giudicano, si ritrovano. Ecco allora gli adulti: Nanni, architetto di successo, ha appena avuto un figlio dalla moglie francese Tonià, ma il piccolo ha rotto il precario equilibrio del loro matrimonio e Nanni, un eterno adolescente, è in competizione con il neonato che sembra escluderlo dall’affetto esclusivo della moglie: al bar, mentre beve un aperitivo, nota con interesse una quarantenne in tiro, elegante e raffinata, Bea, dal cui sguardo insistente resta turbato; si alza, e quasi fugge, dimenticando il suo prezioso Bic… che immediatamente viene “rubato” da Bea, la moglie trascurata di Guido, e madre di Vittoria, su cui riversa un affetto eccessivo, morboso, da cui la sedicenne, viziata e arrogante, è fortemente infastidita. Simone, il pediatra amico di famiglia, in assenza di Guido ha un incontro intimo con la infelice e solitaria Bea, che crede di amare, di cui la ragazza, in un momento di lucidità, coglie tracce inequivocabili, con conseguenze devastanti per la sua giovane psiche: solo la domestica Marta e il coetaneo Ale sembrano godere della sua fiducia.
L’accendino verde continua a passare di mano in mano, continua il suo percorso labirintico nelle mani di adulti egoisti ed immaturi, di ragazzi in cerca di rapporti autentici e di genitori autorevoli, di principi sani e di sicurezze affettiva.
La grave malattia, che colpisce la giovane Angelica, la morte, che le ha sottratto da poco la giovane madre, un’altra morte che incombe, assurda e crudele, mostrano come l’autrice, facendo parlare un innocuo accendino di poco valore, riesce ad attribuirgli parole di equilibrio e di saggezza, mescolate ad una critica feroce verso un mondo che dietro il benessere economico e l’arroganza esibita attraverso oggetti di culto, mostra la mancanza di coscienza etica, di forza morale, di coraggio intellettuale: una classe che dovrebbe essere “dirigente”, ma che non riesce ad essere un modello neppure per i propri figli adolescenti.

“Quello che vedo , non può non piacermi. Sono in una stanza stupenda, arredata con sobrietà e raffinata eleganza… Eppure una oscura inquietudine mi serpeggia dentro. Nessuno è felice. Potrebbero, e non lo sono. Non sanno più dove sia la felicità… Non sanno più nemmeno cercarla. E’ qualcosa di confusamente estraneo alla maggior parte di quelli che ho incontrato negli ultimi giorni… Vedo che ci si comunica molto, eppure non ci si capisce…”

Dopo aver esaminato la vita di Jacopo, un homeless che ha vissuto a lungo nella “Roma di sotto”, con profonda e consapevole umanità, Elfriede Gaeng affronta ora la “Roma di sopra”, quella dei quartieri alti, con estrema lucidità, con occhi impietosi, quelli della fiamma di un piccolo oggetto che può comprendere, illuminare, accendere, distruggere, ristabilire la giustizia. Tutti noi potremmo essere coinvolti, accendini in mano, a risanare un tessuto sociale che appare spesso irrimediabilmente compromesso, partendo da questo libro, breve, intenso, pieno di sorprese inattese.

Recensione di http://www.sololibri.net/